Da Joyce ad O’Brien

Da Joyce ad O’Brien: suggestioni e tendenze della letteratura irlandese
in “Cartapesta”, n. 5, maggio-settembre 2001, Imola

Certo, quando una formula interpretativa è troppo sintetica ed epigrammatica lascia lo spazio che trova e rischia di generare imprecise semplificazioni, ma se presa nel modo giusto può avere la sua utilità: aiuta a fissare alcune coordinate di riferimento, alcuni snodi nevralgici, gli inglesi direbbero alcuni turning points, intorno a cui approfondire e perfezionare un discorso critico.
Ebbene, a chi voglia gettare uno sguardo sommario sul variopinto paesaggio della letteratura irlandese si presenta un panorama senz’altro complesso e frastagliato, ma contrassegnato da alcuni distintivi elementi ricorrenti che, con formula un po’ schematica, si potrebbero così definire: l’ironia, lo sperimentale e acrobatico estro stilistico, la controllata geometria delle strutture narrative.
È ovvio che per un tema tanto articolato sarebbe necessaria una trattazione dettagliata: ci basti per ora, a titolo di semplice provocazione intellettuale, invitare il lettore a ricercare gli spunti di pungente ironia tra le righe di opere apparentemente insospettabili, come le poesie intimistico-cosmiche o i suggestivi racconti mistico-visionari di uno dei fondatori del cosiddetto “rinascimento celtico”, William Butler Yeats; oppure, con lo stesso disincanto, si scavi sotto l’inquietante e spettrale impalcatura del Dracula di Bram Stoker o sotto le pagine di viaggio – in apparenza pittoresche e didascaliche – di John Millington Synge in una simbolica esplorazione delle isole Aran dove il mondo elementare di contadini e pescatori celti si trasfigura in mito e in magico lirismo; oppure si vadano a riprendere certe pagine, di apparente conformismo sentimentale settecentesco, ma invero cariche di freschezza e di umorismo, di Oliver Goldsmith: ebbene, si riconosceranno in tutti questi casi i tratti di una letteratura assai meno scontata: una letteratura – vogliamo dire – vivace e divertita, estrosa e acrobatica, talvolta quasi satirica. Se poi ci instradiamo sul binario principale (sia detto in termini puramente quantitativi) della letteratura irlandese, certo ogni obiezione è destinata miseramente a cadere.
A partire dalle geniali costruzioni fantastiche e avventurose del dublinese Jonathan Swift, in cui le paradossali esperienze di Lemuel Gulliver (soprattutto nella società degli Houyhnhms, i cavalli pensanti, che vivono secondo “ragione e natura” e che hanno come schiavi gli Yahoos, del tutto simili agli uomini) sono una delle più feroci ed elaborate satire contro la miseria del genere umano, fino ad arrivare a un altro illustre dublinese, Oscar Wilde, celebre per le sue pungenti e dissacranti critiche al perbenismo della società vittoriana (che seppe al tempo stesso blandire in una singolare conciliazione di rivolta e mondanità), possiamo seguire il sentiero di un movimento letterario assai composito nei risultati e nei motivi ispiratori, eppure omogeneo e uniforme nella energia ironica e dissacrante.
Per non parlare poi di due modelli esemplari della rivoluzione del romanzo contemporaneo, come l’Ulisse di James Joyce (ma forse ancor più il Finnegans Wake) e come l’opera bizzarra di Flann O’Brien. È passato quasi un secolo da quel famigerato 2 febbraio (compleanno dell’autore) 1922, quando uscì a Parigi per i tipi della Shakespeare and Company di Sylvia Beach uno dei capolavori della narrativa di ogni tempo, il racconto delle tumultuose peregrinazioni di un agente di pubblicità, Leopold Bloom, nella città di Dublino, dalle 8 di mattina alle due di notte (circa) del giovedì 16 giugno 1904 (anche se non minore importanza rivestono le vicissitudini parallele dell’intellettuale ribelle Stephen Dedalus e della sensuale Molly, moglie di Leopold, interprete di quell’indimenticabile fantasticheria divagante, o meglio del primo esempio letterario di stream of consciousness). Eppure ancor oggi non possiamo nascondere una sorta di affascinato stupore di fronte a questa odissea moderna, a questo vertiginoso inventario di virtuosismi stilistici, a questa magnificente architettura narrativa: più di mille pagine, diciotto episodi, ognuno legato a un preciso momento della giornata e a un preciso luogo della città di Dublino, in un sottile parallelismo col testo omerico, in una sorprendente molteplicità di forme espressive e in un altrettanto complesso caleidoscopio di personaggi e tematiche.
E cosa dire di un altro geniale irlandese, certo meno noto, ma per la verità non meno estroverso ed eclettico: Brian O’Nolan, in arte Flann O’Brien? Probabilmente non sono in molti a conoscere i tre originalissimi romanzi di questo scrittore: Una pinta d’inchiostro irlandese, impossibile da ricostruire nella sua trama, in cui si propone in un esilarante humor nero e in una acrobatica contaminazione di generi (dalla poesia dei bardi gaelici alla disputa erudita), una vera e propria metanarratività all’ennesima potenza (l’opera infatti è costruita come una serie di scatole cinesi: un romanzo nel romanzo nel romanzo); o Il terzo poliziotto, un libro la cui carica surreale ha qualcosa di allucinato ed estremo (valga come esempio l’immagine di una stazione di polizia sperduta tra fradice torbiere dove si pensa che gli esseri umani siano compenetrati di bicicletta); o infine L’archivio di Dalkey, dove si racconta, tra chiacchere da pub e pomposi dibattiti teologici, la storia di uno stravagante personaggio che riesce a salvare l’universo dalle macchinazioni di uno scienziato, De Selby, capace di fermare il tempo (incontriamo fra gli altri personaggi lo stesso James Joyce, che non ha mai scritto l’Ulisse, che lavora come barista in uno squallido pub e che sogna di entrare nell’ordine dei gesuiti…).
E come non ritrovare, infine, lo stesso energico vigore stilistico nelle opere di George Bernard Shaw, di Sean O’Casey, di Brendan Behan, di Samuel Beckett e dei contemporanei Frank McCourt e Joseph O’Connor?
Non c’è dubbio: è sufficiente questo breve campionario di autori e di opere a persuadere che la letteratura irlandese presenti nel suo inconfondibile DNA (e sarebbe interessante indagarne le ragioni) un’inesauribile carica di ironia, di estro inventivo, di bizzarra immaginazione. Ma non solo. C’è anche nel sangue degli scrittori irlandesi una sperimentale padronanza della penna, capace di escogitare virtuosismi linguistici e piroette della parola. Si potrebbe dire, allora, che la fertile ispirazione di questi artisti, isolati in un fazzoletto verdeggiante nel nord-ovest dell’Europa, sia mossa da libero e incontrollato furore?
A giudicare dalla rigorosa geometria delle loro opere (altro elemento distintivo che meriterebbe d’essere esaminato con attenzione), la risposta non può che essere negativa, giacché l’estro e l’ardita contaminazione dei generi si sposano nella cultura d’Irlanda con un senso severo e quasi religioso dalla costruzione narrativa: un senso che – non a caso – è stato definito “il mestiere della scrittura”.