Cent’anni di Ulysses

Nel febbraio del 2022 l’Ulysses di James Joyce ha compiuto 100 anni (uscì il 2 febbraio 1922 a Parigi per i tipi della Shakespeare and Company).

La rivista “Charta”, fra i periodici più importanti di cultura letteraria in Italia, ha dedicato un numero monografico sulla vicenda.

Ecco il testo integrale del mio articolo dal titolo


Ulysses

compie cento anni

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Di certo, un personaggio così sensibile alla numerologia, attento e puntiglioso alle combinazioni di date fino ad arrivare a tratti paranoici, un personaggio, s’intende, come James Joyce, che s’impuntava, tanto per dirne una, a far uscire i suoi libri il giorno del suo compleanno, il 2 febbraio, di certo un personaggio del genere avrebbe salutato con entusiasmo il 2022: il centenario dell’uscita del suo capolavoro, Ulisse, che vide la luce a Parigi in 1000 copie il 2 febbraio 1922 per i tipi della Shakespeare and Company di Sylvia Beach. Di certo, lui che si divertiva a giocare coi numeri, a trovare simboliche corrispondenze, sarebbe stato colto da un brivido di euforia alla duplicazione della cifra 2/2/22, che rimanda a qualcosa di arcano. E di certo, per i numerosi riferimenti shakespeariani presenti nell’Ulisse, non doveva essergli sfuggito che il 2 febbraio era anche la data di battesimo di Hamnet, il figlio di Shakespeare.

1922. Un’uscita folgorante, che sconvolse lettori e critici, suscitò un vespaio di polemiche e subì poderose censure (addirittura l’opera in alcuni circoli conservatori venne bruciata). Un libro che rompe con la tradizione, apre le porte al nuovo secolo o meglio, di più, «apre una finestra sull’oscuro, un invito all’insondato» (Enrico Terrinoni). È stato definito il romanzo più influente e decisivo del Novecento, un inno alla carne e alla deformazione acrobatica del linguaggio. Forse, un libro senza ritorno.

Ma quali avventure, complicazioni e spiacevoli eventi, precedettero quella memorabile pubblicazione?

Per ricostruire le rocambolesche vicissitudini che hanno portato alla prima edizione parigina dell’Ulisse occorre risalire ad una lettera di Joyce a Carlo Linati del 21 settembre 1920. In essa si accenna all’origine dell’idea del libro, concepita quindici anni prima, nel 1906, a Roma, quando lo scrittore irlandese stava maturando il progetto dei Dubliners. E infatti il testo non era immaginato inizialmente come un romanzo, ma come un’altra novella da aggiungere alla 14 già scritte, che avrebbe dovuto intitolarsi, per l’appunto, Ulisse.

Non è di poco conto esaminare cosa avrebbe dovuto trattare questo racconto rimasto incompiuto, e come convogliò, invece, nel romanzo. Il breve testo mai scritto avrebbe dovuto presentare come protagonista un certo Mr Hunter, ebreo dublinese, tradito dalla moglie, ispirato ad una vicenda realmente accaduta al giovane Joyce, che all’età di 22 anni, dopo aver tentato un approccio per strada con una ragazza ed essere stato aggredito dal fidanzato di lei, viene soccorso da un generoso signore, un tale Mr Hunter, che lo aiuta a rimettersi in sesto. In altre parole, siamo di fronte a quello che Joyce, mutuando un certo linguaggio liturgico, per segnalare le varie cellule letterarie della raccolta, definì col termine di “epicleto”, folgoranti epifanie, attimi di rivelazione, situazioni capaci di mettere in luce la natura segreta di un luogo, Dublino, per «smascherare l’anima di quella empilegia o paralisi che molti considerano una città». Troviamo qui due indizi preziosi che instradano la nostra indagine: da un lato, una singolare anticipazione dei temi che saranno al centro del romanzo (l’esilio, il tradimento, il rapporto padre-figlio); dall’altro lato, un’indicazione di metodo, una sorta di spia di come procedeva il suo sistema intellettuale.

Joyce doveva essersi reso conto, infatti, che questa novella dal titolo Ulisse, benché riprendesse alcuni temi dei Dubliners (il dominio straniero e la paralisi di una città gretta e convenzionale che accetta tale dominio), conteneva però altri nuclei narrativi che non potevano essere assimilati ai Dubliners e che non potevano essere sintetizzati in una forma breve: la storia dell’eroe ebreo, esule e peregrino, poteva cioè essere ricondotta ad un parallelo con l’eroe dell’Odissea, in una chiave eroicomica. L’epopea di un esilio: un libro, non dimentichiamolo, esso stesso scritto in una sorta di esilio volontario, all’estero.

Comincia da qui, da quella famigerata intuizione del 1906, un processo narrativo che potremmo chiamare di “progressiva amplificazione”, riprendendo un’idea e un metodo di lavoro di uno scrittore così diverso da Joyce, Marcel Proust, che ebbe modo di chiarire che la sua opera si era realizzata in un lavoro di continua dilatazione. Da una cellula embrionale aveva lentamente preso forma il mastodontico disegno della Recherche «come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili». La medesima genesi, in costante espansione, caratterizza l’epicleto joyciano del 1906, che si espande fino ad assumere la sontuosità delle oltre mille pagine dell’Ulisse del 1922.

Per la precisione è nei primi mesi del 1914 che Joyce decide di sviluppare in un romanzo l’idea germogliata nella novella del 1906: nel marzo di quell’anno abbozza la stesura dei primi tre capitoli e progetta la parte finale del libro (proprio come Proust che scrisse la prima pagina della Recherche in contemporanea con l’ultima e le quattromila pagine rimanenti nacquero in seguito). A quei tempi Joyce soggiornava a Trieste, ed è certo che a Trieste sia stato scritto il celebre incipit: «Stately, plump Buck Mulligan came from the stairhead, bearing a bowl of lather on which a mirror and a razor lay crossed». (Non a caso, con un certo orgoglio, è stato detto che Ulisse è un libro tutto italiano, partorito fra Roma e Trieste. E forse per questo l’Italia vanta il più alto numero di traduzioni al mondo dell’Ulisse: a tutt’oggi sette, con la recentissima edizione monstre di Bompiani, a cura di Terrinoni, senz’altro la più corposa al mondo, di 2400 pagine, col testo a fronte, note millimetriche, apparati importanti). Nella primavera del 1914, Joyce si dedica alla stesura del primo episodio, il cui argomento riprende un frammento autobiografico che, come testimoniano alcuni manoscritti, era destinato a far parte del capitolo conclusivo del Ritratto dell’artista da giovane, ossia l’episodio del breve soggiorno di Joyce in una torre sulla spiaggia di Dublino con l’amico Oliver Gogarty (il Buck Mulligan dell’Ulisse): dunque, la genesi del romanzo ci offre un altro indizio importante, e cioè che l’Ulisse è concepito inizialmente come una continuazione del Ritratto, ma anche in questo caso lo scrittore si rende conto di non potersi identificare con lo Stephen del romanzo giovanile e che l’opera ha bisogno di un respiro più ampio.

Da questo momento il capolavoro prende corpo.

Dopo una breve interruzione dei primi episodi (perché è impegnato nella composizione dell’unica sua opera teatrale, Esuli, che in effetti rappresenta l’anello di congiunzione tra il Ritratto e l’Ulisse nella sua dimensione drammatica), Joyce si immerge completamente nella stesura del capolavoro e sappiamo che nel giugno del 1915 aveva già elaborato una prima bozza dei primi tre episodi.

Ma si tratta, a bene vedere, ancora di appunti disordinati.

Da quel momento al novembre 1917 l’autore è costretto a sospendere il lavoro a causa dello scoppio della guerra e al suo trasferimento con la famiglia da Trieste a Zurigo (giugno 1915). Tuttavia, quando si profila la possibilità di una pubblicazione a puntate all’interno del progetto modernista della rivista “Little Review” di New York, grazie alle raccomandazioni di Ezra Pound, sembra che Joyce trovi il motore propulsore dell’ispirazione, come talvolta capita alla creazione letteraria quand’è sospinta da una commissione editoriale.

Joyce è catturato da una potente carica ispiratrice, che lo guida al compimento del progetto con una febbrile rapidità (come ci ricostruisce la monumentale biografia di Richard Elmann). Da novembre a dicembre 1917 sono composti i primi tre episodi. Nel febbraio del 1918 lo scrittore completa il quarto episodio, nell’aprile il quinto, nel giugno il sesto, e per la fine del 1918 ne aveva già terminati altri tre: Eolo, Lestrigoni, Scilla e Cariddi. L’elaborazione degli episodi successivi è più faticosa, perché sono più lunghi e complessi: il decimo è pronto nel febbraio del 1919, l’undicesimo impegna Joyce dal febbraio al maggio 1919, il dodicesimo è terminato nell’ottobre del 1919. A questo punto, terminata la guerra, lo scrittore ritorna a Trieste e, dopo una breve interruzione, riprende con lena il lavoro: dall’ottobre al febbraio 1920 compone il tredicesimo episodio, da febbraio a maggio il quattordicesimo.

Ma le uscite sulla “Little Review” cominciano a diventare complicate: quando esce il tredicesimo episodio, “Nausicaa-Le rocce” nel maggio del 1922 il numero della “Little Review” viene censurato e bruciato.

La gestazione del libro si fa ancora più rocambolesca, quando ai primi di luglio del 1920 Joyce si trasferisce nuovamente a Parigi e, in un alloggio di fortuna, come sempre pressato da problemi economici, in condizioni travagliate, riesce a portare a compimento in sei mesi il quindicesimo episodio, Circe, il più articolato e lungo dell’Ulisse.

È a Parigi, quando ormai la sua opera rivoluzionaria stava circolando e facendo discutere grazie alle uscite sulle “Little Review”, che Joyce conosce una figura decisiva per la sua carriera letteraria, una donna lungimirante e d’una intelligenza acutissima, libraria ed editrice della Shakespeare & Company: Sylvia Beach. Si tratta di un vero e proprio sodalizio umano e intellettuale. La Beach, incantata dal lavoro di Joyce, si assume il rischio di pubblicare l’Ulisse integralmente. Così, dopo che lo scrittore termina gli ultimi tre episodi (dal febbraio all’ottobre 1921), quegli episodi che egli aveva già concepito fin dal 1914 (in particolare l’episodio di “Penelope”, il celebre monologo di Molly Bloom), il cammino della composizione sembra essersi concluso. Ma è solo un’illusione. In realtà, se i testi, già usciti in rivista, sembrano essere definiti nell’ottobre del 1917, Joyce li stava rivedendo di volta in volta, correggeva e modificava di continuo le bozze, le integrava e le riscriveva: un lavoro frenetico che durò fino alla vigilia della pubblicazione, che l’autore voleva avvenisse il giorno del suo 40° compleanno, il 2 febbraio 1922.

Tuttavia le avversità non sono finite. Quando le prime copie dell’Ulisse arrivano in treno a Parigi, Joyce constata con amarezza un’enorme quantità di errori (ragione per cui, fra l’altro, questa prima edizione del febbraio 1922 è un’autentica rarità proprio per la significativa e “speciale” quantità di imperfezioni tipografiche), il che comporta per Joyce un ulteriore poderoso lavoro di revisione che lo porterà alle versioni corrette e ristampate nel 1934 e nel 1936, che oggi (cosa poco risaputa, persino fra i cultori di Joyce) sono le versioni più accreditate, di contro alla editio princeps filologicamente inservibile.

La storia delle disavventure dell’Ulisse non si esaurisce.

Il libro incontra pareri discordi: a fianco di giudizi entusiasti di intellettuali e lettori, ed anche un significativo successo di vendite (le prime 1000 copie vanno a ruba in poche settimane e via via si succedono ristampe e traduzioni), si diffonde anche una feroce ostilità e un severo atteggiamento censorio, soprattutto nel mondo anglosassone, non solo fra lettori e critici (impossibile riportare la quantità di giudizi negativi che vennero espressi, benché è noto che Joyce si compiacesse di alimentare polemiche e discussioni), ma anche fra editori, traduttori e distributori. Tanto per fare qualche esempio: nell’autunno del 1933 l’opera subisce un processo per oscenità a New York e solo il 3 ottobre 1936, dopo aver vinto la causa, l’Ulisse con 1000 copie numerate fa la sua comparsa in Inghilterra, mentre in Irlanda dovette attendere fino al 1966, ancora più tardi che in Italia, la cui prima edizione nella collana “Medusa” della Mondadori risale al 1960, per la traduzione di Giulio de Angelis con la consulenza di Glauco Cambon, Carlo Izzo e Giorgio Melchiori.

Con ogni probabilità, in questa complicata avventura editoriale e culturale, aveva visto giusto Virginia Woolf, che con la sua acuta intelligenza interpretativa, pur criticando alcuni aspetti della scrittura di Joyce, osservava con estrema attenzione e in qualche misura apprezzava quell’operazione letteraria così innovativa. La Woolf, che aveva una poetica così diversa da quella joyciana, limpida benché sofferta, criticò la rottura dirompente delle pagine dell’Ulisse, la spaccatura manifesta, la prepotenza rivoluzionaria piuttosto scurrile di «uno studente adolescente malaticcio che si gratta i brufoli e che vuole prendere una boccata d’aria, e invece di aprire la finestra, la sfonda». Anche la Woolf compie un processo rivoluzionario sul linguaggio ma come «in sordina» (Nadia Fusini), in un movimento lento e graduale, come scivolando inavvertitamente in un pensiero interiore attraverso la soppressione progressiva e quasi invisibile dei connettivi stilistici tradizionali, rompendo il sistema strutturale della tradizione, l’impalcatura del romanzo.

Al contrario avviene nell’Ulisse, senza dubbio la più acrobatica e funambolica esplorazione delle deformazioni dei vocaboli, un vero e proprio «banchetto o epifanizzazione dei linguaggi» (Giorgio Melchiori), eppure dentro l’impianto di un rigore compositivo, dentro una struttura, dentro il solido gioco di corrispondenze e parallelismi con il resistente modello architettonico omerico.

Solo attraverso questa esemplare raffigurazione inclusiva del Tutto, Joyce intendeva non solo mettere in scena una proiezione di sé in età diverse, ma costruire un’immagine archetipica e universale dell’Uomo: Bloom, Stephen, Ulisse sono l’Umanità, nella sua totalità e assolutezza.