La tana del coniglio

La tana del coniglio

Romanzo

(editrice La Mandragora, pp. 283, 2014)

Una sera di primavera. L’ora del tramonto. Un momento come tanti, quasi banale. Un uomo rientra a casa dal lavoro. Parcheggia, tira fuori un mazzo di chiavi, cerca di aprire la porta.

E comincia un incubo. Non solo non riesce a trovare la chiave per aprire la porta, ma d’improvviso si trova catapultato in una diversa identità, in un altrove che non riconosce, ma dove, paradossalmente, tutti lo riconoscono. Ha un nome, un lavoro, una famiglia. Peccato che non ricordi nulla…

Inizia così un’avventura parallela.

Da un lato, la storia realistica, raccontata con minuzia millimetrica, dell’uomo che risponde al nome di Valerio Milani e che si trova ad affrontare una serie di vicende inaspettate e di colpi di scena: essere un padre di famiglia, lavorare per una casa editrice, addirittura subire un ricatto e mettersi sulle tracce del colpevole.

Dall’altro lato, una ricerca dentro se stessi, nera e misteriosa, al limite del grottesco, inseguendo un passato sempre più oscuro e imperscrutabile.

Una duplice investigazione che ha i contorni di un luogo realistico e vivo, ma anche di un sogno terribile a occhi aperti.

Con La Tana del Coniglio, Andrea Pagani costruisce una trama dove l’impossibile accade, e srotola conseguenze, con tutta la precisione di quella che siamo soliti chiamare “realtà”.

Può suonare strano, per un autore che ha sempre trovato ispirazione negli archivi e nei fatti di cronaca più inquietanti.

Ma è proprio l’abitudine a fare i conti con storie vere che permette a Pagani di farci sentire ineluttabile – e quindi coinvolgente – questa irresistibile avventura.

WuMing2

LA PRIMA PAGINA DE LA TANA DEL CONIGLIO

Mi stavo avviando verso casa dopo una banale giornata di lavoro.

La luce era sfocata e restituiva un’atmosfera confusa e irreale. Il velo di una nuvola oscurò per qualche secondo il cerchio del sole.

I movimenti che seguirono furono come la spirale di un’onda, vorticosa, fresca, violenta eppure impercettibile.

Un uomo, appena uscito da un bar, con addosso un acre odore di tabacco, si mise a fumare una pipa, diffondendo nell’aria un intenso aroma di canfora, e mi mandò un’occhiata sfuggente, come se fossi un viso noto che non riu­sciva a mettere a fuoco, mentre una donna sui quaranta, seduta su una pan­china, sfogliava una rivista di gossip. Nello stesso tempo, una giovane coppia spingeva una carrozzina, da cui arrivava, un po’ attutito, il pianto di un ne­onato e un azzimato signore sui settanta, dall’aria distinta e una sigaretta spenta ai lati della bocca, s’infilava la mano destra nella tasca del cappotto, in cerca del portafoglio, per dare alcuni spiccioli ad una mendicante seduta sul marciapiede.

Tutto ciò si verificò in pochi istanti, simultaneamente, nella microscopica frazione d’un battito d’ali.

Piegai la testa verso occidente, cogliendo il bagliore del sole, alto nel cielo, riflesso sul parafango di una BMW e fui costretto ad abbassare lo sguardo: percepii che il giorno stava volgendo al termine benché la luce fosse ancora così vivida ed energica.

Nonostante l’accecamento fosse durato appena qualche secondo, le mac­chie gialle e rosse della luce mi trasmisero una specie di intorpidimento, im­presso a lungo nel fondo dei miei occhi.

Salii in auto.

Avviai il motore.

Percorsi il tragitto verso casa.

Mi immisi molto lentamente sull’ampia strada alberata del quartiere dove abitavo.

Con gesti spigliati e sicuri, svoltai a destra, rallentai e mi indirizzai verso un’area di sosta delimitata da strisce blu, riservata ai residenti.

Parcheggiai.

Prima di smontare dall’auto impiegai qualche secondo per infilare nella ta­sca interna della giacca il portafoglio.

Infine uscii.

Con passo lento e regolare attraversai la strada e mi diressi verso il portone di casa.

Era uno splendido pomeriggio di metà aprile. Nell’aria tersa c’era un odore di biancospino e un intreccio di suoni disparati, il rombo del traffico, lo stri­dio di pneumatici sull’asfalto, il cigolio di un cancello, il fruscio del vento, le chiacchiere degli studenti, un clacson. Rumori della città.

Sostai qualche secondo sul marciapiede.

Qualcuno aveva gettato la carta di una pubblicità, che giaceva accartoc­ciata per terra.

Davanti alla porta di casa sfilai il mazzo di chiavi.

Fu la prima sorpresa.

Non trovai la chiave che entrava nella serratura.

O meglio: non riconoscevo nessuna delle chiavi che mi giravo fra le dita. Il primo pensiero fu che ero stato vittima di un increscioso incidente: uno scambio di chiavi in qualche locale pubblico o magari al lavoro.

Ripercorsi a ritroso, nel modo più dettagliato possibile, i movimenti della giornata.

Ma niente. Non rammentavo nulla.